Mostra d'arte 'Frammenti' di Luca Freschi - Ristorante Casa Artusi

Dal 4 giugno nelle sale del Ristorante Casa Artusi è possibile godere delle opere d'arte dell'artista Luca Freschi per la mostra 'Frammenti' a cura di Giovanni Gardini esposta al Museo Archeologico di Forlimpopoli 'Tobia Aldini' e che vede qualche opera presente anche nella suggestiva cornice del Ristorante Casa Artusi

Luca Freschi è un artista instancabile. Varcare la porta del suo studio/laboratorio significa entrare in una dimensione in cui il mestiere dell’arte è esperienza creativa quotidiana, lavoro indefesso in cui nulla è lasciato all’improvvisazione. Accanto ad opere finite altre sono in lavorazione, in un continuo ed inarrestabile processo di sperimentazione verso soluzioni sempre nuove.

Le sue sculture nascono per giustapposizione, da un sapiente esercizio in cui forme e cromie trovano nel loro equilibrio una piena realizzazione. Non c’è opera che si sottragga a questa regola ferrea in cui le singole scelte compositive sono quanto mai decisive ed esigenti. Nelle opere di Freschi più tempi coesistono insieme, quello della distruzione, che può assumere i toni della catastrofe, e quello dell’immobilità, dove lo sguardo è chiamato a contemplare le rovine e a soffermarsi con particolare attenzione sui singoli frammenti sapientemente assemblati. Nei moderni asàrotos òikos che Freschi mette in scena – Pavimenti d’ombre, ama definirli l’artista – questa dimensione del disfacimento appare quanto mai evidente. Essi, dunque, non sono più i sontuosi pavimenti della classicità, dove i resti del banchetto non avevano altra funzione se non quella di ostentare l’opulenza smodata dell’ospite; nella poetica dell’artista diventano la tragica testimonianza di un mondo attonito, smarrito, tragicamente immobile. Accanto ai Pavimenti d’ombre policromi nel tempo si sono aggiunti una serie di Pavimenti neri, come inghiottiti dal buio, dove un’immensa notte colore petrolio avvolge e fagocita tutte le cose. L’arte, come ha osservato Anselm Kiefer, «non smette di oscillare tra perdita e rinascita», un’affermazione che pensando a tutta la produzione di Freschi, e ai Pavimenti in particolare, risuona quanto mai vera.

Svettano altissime le imponenti Cariatidi e questi moderni obelischi non si sottraggono al tema della vanitas, anche se qui è più discreto, né alla logica dell’accumulo – e dunque della distruzione -, qui declinato come rigorosa necessità di sapienti equilibri.

Le sue opere sono costantemente in bilico tra la perfezione e il dissolvimento, tra la «levigatezza» intesa come «segno distintivo del nostro tempo» – così perlomeno direbbe, non senza darvi un’accezione negativa, Byung-Chul Han – e la catastrofe. A forme levigate e spesso avvolte da un candido lucore si accostano forme disgregate, objet trouvé e calchi di oggetti, anche i più quotidiani e umili. E poco importa che essi siano integri o frammentari, è sufficiente la loro presenza per evocare suggestive memorie. In fondo anche l’imperfezione, altro tema caro all’artista, è da lui riscattata nella misura in cui anche l’oggetto più banale viene scelto per entrare a far parte del suo ricercato vocabolario iconografico.

Freschi accoglie continuamente nuovi elementi nel suo lavoro, ma è pur vero che ve ne sono alcuni che costantemente ritornano e segnano ormai la sua cifra stilistica come la pipa di magrittiana memoria, la banana, elemento pop che rimanda all’opera di Warhol, o le forbici da sarto legate all’immaginario personale dell’artista.

Nei Breviari, lavori asciutti ed enigmatici che segnano un’ulteriore evoluzione della sua ricerca artistica, il linguaggio si fa più rarefatto ed essenziale. In apparenza semplicissimi tanto da sembrare nati quasi per gioco, portano un nome dal sapore antico che rimanda alla liturgia delle ore, azione sacra che ritma il tempo degli uomini. I Breviari, compendi o inventari di parole – in questo caso quelle dell’artista esuberanti di immagini e di colori – sono opere minimali, sintetiche, in cui le parole/immagini tratte dal lessico a lui più caro offrono ogni volta nuove ed inedite combinazioni, dove gli oggetti si mostrano in un continuo ed inarrestabile sforzo creativo in cui le variazioni, talvolta, sono impercettibili. Ed è giusto così. In fondo, nel caso di Freschi, non è nella diversità delle parole/immagini che va ricercata la bellezza, ma nelle delicate sfumature dei suoni e degli accenti o, per meglio dire, nelle accese cromie e nei sapienti giochi compositivi.

Giovanni Gardini, curatore mostra