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Un lascito per la città

Cosa avrà pensato il Sindaco Raffaele Righi nel lontano 1 aprile 1911 quando arrivò la notizia che Forlimpopoli era stata nominata, salvo pochi lasciti, erede dei beni di Pellegrino Artusi?

Avrà creduto a uno scherzo, sarà stato indispettito per via di quel trambusto che lo distoglieva dai suoi affanni quotidiani o avrà in cuor suo, come preferiamo pensare, ringraziato quell’uomo che, prima dell’ultimo viaggio, si ricordava del suo paese natale? Ma soprattutto avrà ricordato che quel vecchio signore, vestito rigorosamente con finanziera e tuba, letterato di scarso successo, aveva scritto un libro che già aveva riscosso grande interesse, impegnando l’autore a curarne 15 edizioni?

Non ci è dato sapere quali pensieri passassero nella testa del signor Righi, ma sappiamo una cosa più importante: proprio da quell’espressione del Sindaco che immaginiamo stranita e incredula, ovverosia dalla lettura del testamento, ricominciò il rapporto fra Forlimpopoli e l’autore di La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. I nostri concittadini appresero che Pellegrino, nonostante tutto, si era sempre sentito legato a quel borgo da cui era scappato, inseguito dai fantasmi delle violenze fisiche e morali subite dalla famiglia.

La città natale, a onor del vero, impiegò parecchio tempo prima di comprendere il valore, sia linguistico che gastronomico, di quel ricettario che contribuisce a ricostruire o forse a inventare il mosaico delle cucine regionali in una nazione che solo sulla carta era stata unificata. Dapprima furono singoli appassionati a percepire la grandezza dell’operazione artusiana, poi si arrivò ad associazioni, prime fra tutte la Pro Loco e poi l’Accademia Artusiana, che avviarono iniziative e operazioni di commemorazione e valorizzazione dell’illustre forlimpopolese.

L’Amministrazione Comunale, anche dopo la nota prefazione di Piero Camporesi che negli anni Settanta rivendicò alla Scienza un posto d’onore nel firmamento dei classici e attribuì ad Artusi il gran merito di aver unificato l’Italia, muoveva passi ancora incerti. Solo poco più di dieci anni fa – e siamo ai giorni nostri – fu elaborato un progetto preciso di valorizzazione di Forlimpopoli Città Artusiana, in cui si prefigurarono obiettivi culturali, urbanistici, gastronomici ed economici da raggiungere, con il massimo coinvolgimento del paese, a tappe precise di avvicinamento.

L’iniziativa incontrò lo spirito dei tempi anche perché, aiutati da un pizzico di buona sorte, i forlimpopolesi furono i primi a convincersi che la tradizione era il loro futuro migliore. D’altronde è vero che solo esprimendo valori profondi non si passa di moda e il messaggio rassicurante di Artusi è oggi attualissimo.

In questo percorso di recupero e ricostruzione, gli aiuti sono stati tantissimi; impossibile elencarli tutti. Possiamo solo dire che si è cercato di tendere al massimo le orecchie per  ascoltare ogni suggerimento, e che si è saliti sulle spalle di giganti per  cercare di vedere ancora più lontano.

Ci piacerebbe che ciascun forlimpopolese potesse sentirsi orgoglioso di essere ambasciatore della città artusiana, una città che ha scelto, nel nome di Artusi, di aprirsi al mondo grazie ai valori della convivialità, che non sono altro che valori di pace e di solidarietà.

Ci piacerebbe che tutti coloro che ci hanno aiutato (in prima linea l’amico Folco, che con grande amore ci ha quotidianamente sgridato) potessero pensare che i suggerimenti non sono stati malriposti.

Ci piacerebbe che gastronomia e solidarietà continuassero a convivere nella casa di Artusi.

Ci piacerebbe anche, non possiamo nasconderlo, che tutte le lettere, i documenti e i manoscritti del padrone di Casa ritornassero nel loro luogo naturale, così come prevede il testamento.

Con Cuore e Testa, esattamente come La Scienza che virtualmente poniamo fra il classico deamicisiano e il controcanto scritto, fra tantissimi altri, da quel Paolo Mantegazza che fu amico e grande sostenitore di Artusi, abbiamo cercato la nostra strada. Il cuore ci ha portato ad un’idea romantica di valorizzazione del nostro passato, a una ricerca di identità e di memoria, ma la testa ci ha consentito di costruire un progetto che ha come obiettivo la valorizzazione del nostro territorio e dei suoi prodotti migliori, facendo leva su princìpi artusiani assolutamente moderni : una cucina declinata su economia, igiene e buon gusto,  rispettosa della stagionalità , alla ricerca di “roba della più fine”, ossequiosa di una filosofia della pratica che è la vera maestra di vita.

Casa Artusi, luogo di cultura e non di culto, consente anche di essere compagni a chi, quale sfida alla globalizzazione, ha fatto della battaglia per il sostegno alle produzioni locali e di piccola scala, per un processo economico sostenibile, a favore delle popolazioni contadine, una ragione di impegno quotidiano.

Qualcuno ricordava che è tipico delle società contadine, soggette alle leggi millenarie del sole e dei cicli stagionali, guardare il cielo. Queste sono giornate importanti per il nostro piccolo grande sogno: apre Casa Artusi. Finisce una storia e ne parte una nuova. Guardiamo in avanti e in alto come facevano i nostri padri e le nostre madri e ricordiamo, con le parole di Artusi, una preghiera scanzonata: “Amo il bello ed il buono ovunque si trovino e mi ripugna di vedere straziata, come suol dirsi, la grazia di Dio. Amen”.

Laila Tentoni